Il Sud: mensile di economia, politica e cultura diretto da Salvatore Carrubba - http://www.sudmagazine.it

Mafia stragi, misteri & depistaggi

16 settembre 2011 - 10:27

via D'Amelio

Dal numero di febbraio de il Sud

Un colossale depistaggio compiuto da uomini dello Stato ci ha consegnato una verità giudiziaria falsa sulla strage di via D’Amelio? E poi perché, se c’è stato davvero uno sviamento delle indagini, è stato compiuto? Per interessi di carriera personale o per favorire qualcuno? Chi? Ci sono, dunque, davvero ben sette imputati condannati al carcere a vita per la strage Borsellino ma innocenti? Ci sarà una revisione dei processi?

Sono questi alcuni degli interrogativi ai quali, sempre per via giudiziaria, risponderanno, o cercheranno di farlo, i magistrati che, alla Procura di Caltanissetta, hanno avviato un’indagine su un presunto depistaggio iniziato nell’immediatezza delle indagini sulle stragi del 1992, accreditando il pentito Vincenzo Scarantino sulla base delle cui dichiarazioni si sono svolti ben sette diversi procedimenti giudiziari davanti alle Corti di Caltanissetta e Catania e alla Cassazione. Gli indagati per questo troncone d’inchiesta, che si concluderà a febbraio, sarebbero tre funzionari di polizia del gruppo investigativo speciale ‘Falcone-Borsellino’, Vincenzo Ricciardi, Salvatore La Barbera e Mario Bo: l’ipotesi di reato è concorso in calunnia.

Non è ritualmente iscritto nel registro degli indagati, e non ha potuto fornire la propria versione – come hanno fatto i suoi collaboratori nel corso degli interrogatori dei mesi scorsi a cui sono stati sottoposti dai pubblici ministeri – perché deceduto da tempo, invece, il capo del gruppo investigativo speciale, Arnaldo La Barbera, detto ‘Arnold’, l’ex Questore di Palermo, l’uomo che da capo della mobile del capoluogo siciliano arrestò Totuccio Contorno e che, di recente, si è scoperto essere stato a libro paga del Sisde per vari anni con il nome in codice ‘Catullo’.

Secondo l’ipotesi accusatoria, gli indagati avrebbero costruito a tavolino una falsa ricostruzione della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, servendosi del pentito Scarantino, costretto a mentire, anche con metodi forti, e ad autoaccusarsi di aver fatto rubare la Fiat 126 utilizzata come auto bomba, coinvolgendo nell’inchiesta altre persone innocenti. Dichiarazioni poi smentite clamorosamente in una pubblica udienza da Scarantino, poi riconfermate e, infine, rinnegate definitivamente dallo stesso collaboratore di giustizia che, ad oggi, è l’unico degli imputati nei vari processi che si sono celebrati per la strage Borsellino che ha scontato del tutto la pena: i 18 anni di reclusione che gli sono stati inflitti in primo grado dalla Corte d’assise presieduta da Renato Di Natale, e mai appellati.
Una ‘punizione’ severa per quello che (non) ha fatto. E dire che dubbi sulla bontà e veridicità delle dichiarazioni di Scarantino erano sorti già, nel 1994, negli uffici della procura nissena e li aveva esplicitati in una relazione il Pm Ilda Boccassini prima di tornare a Milano alla conclusione del periodo di ‘applicazione’ alla procura nissena allora guidata da Gianni Tinebra. Dubbi che nel primo processo in Corte d’Assise d’Appello erano stati fatti propri anche dal Pg Roberto Sajeva. Dubbi che, in maniera roboante, erano stati sollevati dai difensori di vari imputati – che avevano anche criticato aspramente i Pm – che si erano trovati di fronte anche a verbali con le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino con ‘note a margine’ a mo’ di suggerimento.

Smentite alle dichiarazioni del picciotto della Guadagna erano giunte poi da vari pentiti fra i quali Santino Di Matteo, Gioacchino La Barbera, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca. Ma nonostante tutto non successe nulla di sostanziale e la ‘verità’ giudiziaria rimase quella. Ed è questa, fino ad oggi.

Dopo l’ultima ritrattazione di Scarantino a ‘sparare a zero’ contro gli uomini del Gruppo Falcone-Borsellino, creato proprio per indagare sulle stragi del ‘92, sono stati il pentito Salvatore Candura, presunto autore materiale del furto della vettura, che ai Pm di Caltanissetta ha detto “sono stati loro a farmi dichiarare il falso” riferendosi ai poliziotti del Gruppo investigativo speciale “Falcone-Borsellino”, e il collaboratore Francesco Andriotta.

Quale sia la verità lo si conoscerà con le richieste della procura di Caltanissetta guidata da Sergio Lari e le successive decisioni del giudice delle indagini preliminari o del Gup qualora i Pm nisseni, forti dei riscontri acquisiti con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Fontana, U’ Miricano, e di Gaspare Spatuzza che non ha lo status giuridico di pentito per volere della speciale commissione del ministero dell’Interno, optassero per una richiesta di rinvio a giudizio.
Spatuzza, ex reggente del mandamento mafioso di Brancaccio, ha vuotato il sacco e ha raccontato di aver rubato lui la Fiat 126 usata come autobomba in via D’Amelio, sostenendo che “tutto quello che ha raccontato Scarantino è falso” aggiungendo che in galera, per la strage Borsellino, “ci sono degli innocenti”. Ed ha fornito elementi concreti a riprova delle proprie affermazioni sostenendo che la Fiat 126 aveva le ganasce dei freni nuove e la frizione bruciata. Indicazioni precise che, pare, abbiano trovato riscontro dopo controlli tecnici effettuati nell’autoparco romano dove sono conservati i resti dei mezzi andati distrutti nella strage di via d’Amelio.

Spatuzza, inoltre, avrebbe dato conferma della presenza, sul luogo della strage Borsellino, di uomini dei servizi segreti. Ipotesi, questa, confermata da Fontana che ha notato sul luogo dell’attentato un uomo “con il ghigno” che lui sapeva avere contatti con Cosa nostra. Il pentito ha detto ai magistrati nisseni di aver notato l’uomo nelle immagini dei Tg girate dopo la strage e di aver chiesto spiegazioni ai picciotti dell’Acquasanta ricevendo la conferma che gli 007 erano presenti in via D’Amelio ma anche al Castello Utveggio, dove gli uomini del Sisde nel luglio del 1992 avrebbero trovato ospitalità.

Il mese di febbraio non sembra possa essere quello in cui sarà messa la parola ‘fine’, a quasi 19 anni dai fatti, alle nuove indagini sulle stragi del 1992 e sui mandanti esterni. Oltre ai presunti depistatori, per la strage di via d’Amelio, infatti, sarebbero iscritti i nomi di altre sei persone, una per la strage di Capaci e una per il fallito attentato all’Addaura ai danni di Giovanni Falcone. Si tratterebbe di altri presunti esecutori, mandanti e favoreggiatori.

A febbraio comunque, e non è poco, si saprà se davvero ci fu un depistaggio nelle indagini sulle stragi del 1992 e, soprattutto, se e che ruolo ebbero i servizi segreti visto che un componente di rilievo del Sisde, l’ex vice capo Lorenzo Narracci, è finito, stando alle dichiarazioni del presidente dell’antimafia, Beppe Pisanu, nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di concorso nella strage di via D’Amelio. Si saprà, insomma, se si è consumato l’ennesimo depistaggio dopo quello che sarebbe avvenuto, secondo il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, nel caso dell’omicidio di Piersanti Mattarella quando il depistatore sarebbe stato Vito Ciancimino.

In caso contrario i tre poliziotti sarebbero stati oggetto di calunnia. Lo stesso reato che i Pm di Caltanissetta ipotizzano abbia compiuto Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, nei confronti dell’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, indicato dal figlio come vicino al ‘’signor Franco’’, il misterioso e inafferrabile agente dei servizi segreti che avrebbe avallato la presunta ‘trattativa’ fra Cosa nostra e ‘pezzi’ delle Istituzioni.


Articolo stampato da: Il Sud: mensile di economia, politica e cultura diretto da Salvatore Carrubba - http://www.sudmagazine.it

Url dell'articolo: http://www.sudmagazine.it/blog/mafia-stragi-misteri-depistaggi/1120/