– Per il sociologo Carlo Trigilia non decollerà facilmente. Tra le risorse incerte e la confusione politica non si intravede nulla di concreto. Si sposta dalla periferia al centro la scelta degli interventi da effettuare. Il contrario di sussidiarietà e federalismo.
Il Piano nazionale per il Sud è pronto a partire, forse. Il ministro delle Regioni, Raffaele Fitto, è convinto di poter iniziare a spendere le risorse già ad aprile, ma non mancano perplessità.
La prima riguarda proprio l’ammontare dei fondi stanziati: 100 miliardi di euro, in teoria, da reperire tra fondi europei e Fas non spesi. Di fatto, fino ad ora il Cipe ha messo a disposizione appena un centinaio di milioni per la realizzazione della banda larga. E l’attuale situazione politica non fa ben sperare in un’accelerata.
“Sicuramente la situazione di debolezza della coalizione di governo, in una fase in cui sarebbe necessario il massimo cordinamento, rischia di rallentare ulteriormente il Piano per il Sud”. Lo sostiene Carlo Trigilia, ordinario di Sociologia economica dell’università di Firenze.
Professor Trigilia qual è la sua visione del Piano per il Sud?
Se ne parla da due anni. Era già in dirittura d’arrivo nell’estate del 2009, oggi non c’è nulla di nuovo. Questo ritardo nasconde respon-sabilità politiche ed istituzionali. L’intendimento era corretto, ma nella pratica i giochi della politica e gli interessi in campo hanno sviato risorse e fatto perdere tempo, bloccando tutto.
E ancora oggi la sua realizzazione è ostacolata dal grave momento politico di confusione. La situazione di debolezza della coalizione, in una fase in cui c’è bisogno di un grande coordinamento, rischia di aggravare le cose.
I dati sulla spesa dei fondi 2007 – 2013 sono già spaventosamente negativi: gli impegni su ‘Obiettivo convergenza’ sono fermi al 17 per cento e i pagamenti fermi al 7 per cento. Siamo tornati addirittura indietro rispetto alla velocità di spesa dei fondi 2001 – 2006.
Riguardo alla parte dei finanziamenti europei che compongono il piano, non è tardi per riorganizzare ora la spesa di fondi che tra due anni dovrebbero essere già investiti?
Il decreto ora deve passare dalle Commissioni parlamentari poi dalla conferenza unificata delle Regioni che richiede la riprogrammazione dei fondi. Il pericolo è che passino altri mesi e si rischia il disimpegno delle risorse per una parte importante dei fondi che compongono l’intera torta.
Ma quanti sono questi soldi?
Per alcuni saranno poco più di sessanta i miliardi messi a disposizione, 55 per i più pessimisti, 80 per i più ottimisti.
Di sicuro c’è che siamo lontani dai 100 miliardi sbandierati lo scorso 26 novembre dopo il Consiglio dei ministri che lo ha approvato. Bisognerà vedere quanto dei fondi Fas, in parte già spesi per altro, confluirà nel Piano.
Basteranno?
Non dobbiamo avere un’idea dello sviluppo del Sud esclusivamente legato alla spesa dei fondi. Ci sono dei problemi sociali, economici e di funzionamento dei governi locali del Mezzogiorno che rappresentano un vincolo concreto alla concertazione e all’attuazione del piano.
Le azioni dei governi locali e regionali sono stati spesso un ostacolo, il problema invece che la soluzione, perché come è noto la politica al Sud risponde alle esigenze di un consenso che si basa più sulla distribuzione delle risorse a gruppi e rappresentanze che sulla realizzazione di servizi di pubblica utilità e al raggiungimento di obiettivi di crescita.
Questo Piano per il Sud si configura come una manifestazione di attenzione verso il Mezzogiorno, o è solo un modo per fare nuovi annunci o, peggio, per coprire ritardi?
Per la verità ho l’impressione che alcuni settori del governo non siano attenti ai problemi del Sud e Tremonti spinge a manovrare con molta cautela la spesa. Si pensi ai Fondi per le aree sottoutilizzate (Fas) che dovrebbero essere impiegati in aggiunta con i fondi europei per il Meridione, ma invece in gran parte sono stati utilizzati per supportare la finanza pubblica in momenti di crisi internazionale, finanziando l’abbattimento delI’Ici o gli ammortizzatori sociali.
Misure che sono andate a favore del Centro-Nord, dove l’industria e la proprietà della casa sono più diffuse. Il dilemma che il governo si trova ad affrontare è che il mero impiego della spesa pubblica potrebbe alimentare effetti perversi di distorsioni del mercato o addirittura di sostegno alla criminalità.
Allora si dice “meglio ridurre la spesa”, ma stare fermi non è possibile per il Mezzogiorno di oggi. Bisognerebbe inventare dei meccanismi di controllo nuovi e più incisivi. Problema complesso che chiama in causa molti aspetti sociali, economici e politici e che richiede tempo e visione strategica, ma l’impressione è che, nell’attuale situazione, al governo manchi coerenza, tempo e continuità.





Un commento a "Piano per il Sud? Questione di coerenza"
Trovo l’intervista molto interessante, il Professore ha espresso perplessità sia sull’attuazione di un piano rinviato più volte (dimostrazione che il Sud non è un nodo importante per lo sviluppo del paese), sia sulla complessa realtà sociole, politica ed economica della nostra terra.
In effetti le esperienze degli anni passati e recenti, con sprechi mostruosi per creare consenso politico, rendono dubiosi anche i più ottimisti, ma dobbiamo per forza pensare che i nostri amministratori siano dediti solo al malaffare? Non ci sono anche degli esempi positivi di amministratori locali che hanno posto le basi per la rinascita dei loro territori?
Io sono favorevole al federalismo perchè ritengo che i benefici derivanti dalle risorse di un territorio debbano innanzitutto avvantaggiare i cittafini che le hanno prodotte, poi se da questo deriverà una responsabilizzazione degli aministratori che ben venga, ma se da questo si passerà all’esempio del Belgio dove il federalismo tra valloni e fiammingi sarà probabilmente il preludio alla loro separazione, non credo che questa debba essere vista per forza come una iattura.