Borsellino, l’ultima cena parlando di mafia&appalti

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di Gianpiero Casagni – Tre giorni prima della strage di via D’Amelio e tre giorni dopo la richiesta di archiviazione dell’inchiesta del Ros dei Carabinieri, ‘mafia&appalti’, Paolo Borsellino parlava con insistenza dell’indagine voluta da Giovanni Falcone. E lo fece anche durante una cena, il 16 luglio 1992 a Roma, con i colleghi Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli, e con l’ex ministro Carlo Vizzini. Il magistrato ucciso a Palermo il 19 luglio di 20 anni fa, credeva tantissimo in quell’inchiesta anche per capire il perché della strage di Capaci visto che negli appunti del magistrato assassinato il 23 maggio 1992, si parlava proprio di quell’inchiesta. Il mensile il Sud, in edicola da venerdì in tutto il Mezzogiorno ma anche a Roma e Milano, ricostruisce, con il supporto di documenti giudiziari e la testimonianza di Carlo Vizzini, gli ultimi giorni di vita di Paolo Borsellino. «L’accelerazione che portò alla morte di Borsellino – spiegò anni dopo il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, Angelo Siino – fu dovuta al fatto che stava per affrontare il tema dei grandi appalti, la gestione di 120mila miliardi di lire spesi dai politici siciliani con l’accordo della mafia».
A proposito degli appunti di Falcone «uno di quelli cui egli (Borsellino, ndr) mi fece riferimento – disse il Pm Antonio Ingroia deponendo in Corte d’assise a Caltanissetta – fu la vicenda relativa all’ormai famigerato rapporto del Ros dei Carabinieri su mafia e appalti, rispetto al quale ora non ricordo esattamente quale riferimento vi fosse nel diario di Giovanni Falcone e rispetto al quale Paolo Borsellino ebbe dei colloqui sia con ufficiali dei carabinieri sia con colleghi del mio ufficio per cercare, insomma, un po’ di ricostruire quella… la storia di quel rapporto».
Vizzini, che non è mai stato ascoltato dall’autorità giudiziaria su quella cena, oggi dice «non posso dire che non era sereno, ma non potrei dire che fosse ignaro di quello che poteva accadergli. Di trattative – dice Vizzini – non parlò». Secondo Vizzini «questo sistema di appalti era sostanzialmente un’altra delle cose su cui pezzi dello Stato potevano aver dato garanzie. Secondo me Borsellino è uscito dalla pista classica in cui stavano i magistrati ed è entrato in un campo minato in cui ha pestato due o tre mine contemporaneamente».

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