– In fuga da Tunisia, Libia e Marocco a Lampedusa approdano migliaia di ‘migranti economici’. Per la legge italiana sono dei ‘normali’ clandestini. La Caritas chiede subito un piano.
L’onda lunga dello tsunami che ha colpito gli Stati del Nord Africa sconvolgendo la fotografia geopolitica scattata appena tre mesi addietro, rischia di sommergere Lampedusa, l’Italia e, quindi, l’Europa.
L’esodo massiccio di persone in cerca di serenità e un futuro tranquillo ha già fatto sentire i suoi effetti. Che ci sia una emergenza, soprattutto umanitaria, è conclamato. “Noi sulle emergenze ci siamo sempre stati, è proprio questo il nostro mandato” dice a il Sud Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione della Caritas italiana.
“In passato – prosegue – ricordo i boat people degli anni Settanta, poi gli albanesi negli anni Novanta e quindi gli sbarchi a Lampedusa nel 2008 con 32 mila arrivi. Ma ogni vicenda è diversa dalle altre”.
L’ultimo terremoto nei paesi rivieraschi dell’Africa è diverso, come è diverso lo ‘status’ giuridico da assegnare a questi uomini che vengono definiti “migranti economici” che cercano, fuggendo, miglior sorte in Italia e in Europa.
“La loro accoglienza – spiega Forti – è più complicata perchè manca una loro definizione giuridica: sono in uno stato di limbo. Non sono richiedenti asilo – spiega – perchè, nella stragrande maggioranza dei casi, non rientrano nelle ‘caratteristiche’ definite dalla Convenzione di Ginevra, almeno per quelli finora arrivati dalla Tunisia”.
Per essere più precisi, e dovendo utilizzare un termine poco gradito alle organizzazioni umanitarie sono, tecnicamente dei ‘clandestini’.
“Prima che succedesse tutto questo - prosegue il responsabile immigrazione della Caritas – in forza di un accordo con la Tunisia, sarebbero stati espulsi. Ma oggi non è possibile farlo, non solo perché quegli accordi non sono più in piedi, ma soprattutto perché significherebbe fargli rischiare la vita”.
Secondo Forti, per garantire loro una adeguata accoglienza, “è necessario che il Governo chiarisca il loro status giuridico. E poi serve un piano di accoglienza”.
La Caritas ha già allertato le sue 220 diocesi sollecitandole a dare disponibilità per assistere tutte queste persone, per lo più giovani, con un livello di cultura alto e capaci di parlare più lingue. Che siano “pochissimi i richiedenti asilo provenienti dalla Tunisia” lo conferma anche Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) preoccupata dalla possibilità dell’arrivo “di numeri importanti di persone” alle quali bisogna dare accoglienza.
“Dalla Libia – spiega – arrivano anche rifugiati e richiedenti asilo provenienti da altri Paesi africani. Ma anche gli stessi libici potrebbero essere in condizione di chiedere protezione”
Lo ‘status’ giuridico di coloro che arrivano via mare a Lampedusa è chiaro alla Procura di Agrigento. Pur avendo sollevato questione di legittimità costituzionale del reato di immigrazione clandestina, i magistrati della città dei templi, che hanno la competenza su quanto avviene a Lampedusa e nelle 12 miglia marine più a sud dell’Isola pelagia, sono ‘costretti’ a iscrivere, tutti, nel registro degli indagati.
“Dobbiamo necessariamente aprire fascicoli per immigrazione clandestina, mancata presentazione dei documenti, e altri procedimenti per l’individuazione dei favoreggiatori dell’immigrazione, ove si possano individuare”, ci dice il procuratore capo, Renato Di Natale.
Solo con la prima ‘ondata’ di sbarchi dalla Tunisia, sono stati aperti 5mila procedimenti. “Al momento in cui arrivano in Italia non hanno alcuno status di rifugiato politico, quando e se lo avranno – spiega Di Natale – ci sarà il non luogo a procedere. Per il momento sono costretto a iscrivere tutte e 5 mila le persone arrivate spesso senza documenti e quindi ‘sedicenti’”.
L’apertura di un procedimento penale causato dalla mancanza di uno ‘status’ giuridico idoneo a non far scattare il reato di ‘immigrazione clandestina’ comporta anche “il sequestro di decine e decine di barche con i relativi problemi di affidamento e rischio ambientale”. La soluzione al problema ‘status’ passa, dunque o “dalla dichiarazione di incostituzionalità della norma – dice Di Natale – da noi sostenuta”, o da un atto legislativo, come un decreto, che abroghi il reato, o da un generalizzato riconoscimento di uno status giuridico che li sottragga alla obbligatorietà dell’azione penale.


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